L’Arcadia secondo Crescimbeni


Giovanni Mario CrescimbeniGiovan Mario Crescimbeni, Storia dell’Accademia degli Arcadi istituita in Roma l’anno 1690, Roma, Antonio De Rossi, 1711.

Per maggiormente coltivare lo studio delle scienze, e risvegliare in buona parte d’Italia il buon gusto nelle lettere umane, ed in particolare nella poesia volgare, alquanto addormentato, fu da alcuni letterati instituita in Roma l’anno 1690 a’ 5 d’ottobre una Conversazione letteraria in forma di repubblica democratica, che abbraccia quasi tutti i letterati d’Italia, e non pochi anche di là dai monti, e per togliere ogni riguardo di preminenza e precedenza tra i personaggi che la dovevano formare, e anche per allettare coll’amenità e novità, si stabilì d’andar tutti mascherati sotto la finzione de’ pastori dell’antica Arcadia, dalla quale la Conversazione prese il nome; e i suggetti che la compongono Pastori Arcadi s’appellarono, e s’appellano.

Questo congresso erudito, appena nato, ebbe il suo crescimento, non solo perché varie accademie Italiane delle più celebri vi concorsero; ma ben tutti i più insigni letterati, sì regolari come secolari; e oltre acciò molti cardinali, e principi, e prelati d’ogni ordine; e finalmente non poche dame al culto delle lettere applicate; di modo che nel corso di ventidue anni è arrivato il numero degli Arcadi presso a mille e trecento.

Il governo di questa Conversazione è democratico, o popolare, non avendo né protettore, né principe; ma semplicemente un Custode, il quale rappresenta tutta l’Adunanza; e questo ministro si elegge, o conferma dalla medesima Adunanza per polizze segrete ogni Olimpiade, cioè ogni quattro anni compiuti; e non ha alcun superiore, fuorché la stessa Adunanza, la quale da lui medesimo si convoca nel tempo d’inverno almeno due volte l’anno; e, bisognando, alcuna volta anche la state; e simili convocazioni s’appellano Chiamate Generali.

Quanto l’Italia fiorisse, e fosse piena d’uomini insigni nelle scienze nel secolo decimosettimo a ognuno è palese, che a quelle attenda; ma egualmente palese è a’ professori delle lettere amene quanto la condizione di queste fosse deteriorata, massimamente circa l’eloquenza, e la poesia volgare. E sebbene l’antica purità loro, e il loro decoro venivano gagliardamente sostenuti dalle nostre Accademie della Crusca, e Fiorentina, e da varj letterati specialmente napoletani, bolognesi, e romani; nondimeno le più delle nuove scuole nello stesso secolo aperte tanto prevalevano dappertutto, che per poco non venivano derisi que’ saggi vendicatori del buon gusto toscano, non che fossero da alcuno seguitati. Per liberare adunque l’Italia da sì fatta barbarie, pensarono alcuni professori dimoranti in Roma d’instituire un’Accademia a preciso effetto di esterminare il cattivo gusto; e procurare che più non avesse a risorgere, perseguitandolo continuamente ovunque si annidasse, o nascondesse, e in fino nelle castella e nelle ville più ignote e impensate.

Ebbero oltre acciò un altro fine nella scelta dello stato pastorale; e fu d’incominciare a moderare, senza mostrar di dar regola e precetti, la soverchia turgidezza e ampollosità dello stile poetico che allora regnava in Italia, colla semplicità e naturalezza dello stile pastorale che da principio si osservava con esattissima diligenza; benché ora, che si è conseguito il fine, si adoperino tutti gli stili approvati.

In sì fatti esercizj il principal luogo tiene un ragionamento, che ora può tessersi di qualunque genere; i più proprj e graditi però sono quelli che hanno il velame pastorale; e poi due egloghe, l’una latina e l’altra volgare; e del resto possono recitarsi componimenti lirici d’ogni spezie. Contuttociò questo non è instituito ad altro oggetto che per coprire il suddetto fine: mentre per altro l’instituto precipuo si è un continuo carteggio del Custode con tutta la letteratura d’Italia, e anche in non pochi luoghi di là dai monti; e tal corrispondenza ha portato, che a poco a poco estirpata affatto ogni barbarie, oggi si scrive nell’Adunanza, e per conseguenza in quasi tutta l’Italia, sì in prosa che in versi, con tanta purgatezza e finezza di gusto, che il presente secolo rispetto a ciò non ha invidia a qualunque altro passato, come ben dimostrano i sette volumi di rime, e i tre di prose volgari, che gli Arcadi hanno già pubblicati col mezzo delle stampe, e a suo tempo il dimostreranno anche i volumi delle cose latine che presentemente si stan preparando.

 

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